p 198 .

Paragrafo 3 . La filosofia come consolazione.
     
La  filosofia, fino dalle sue origini, dopo aver posto il  problema
del  Non-essere  (Nulla,  divenire), ha immediatamente  cercato  di
risolverlo:   la   ragione  filosofica,  attraverso   il   pensiero
razionale,  ha  di  fatto  posto se  stessa  come  soluzione,  come
salvezza dal Nulla.
     Il  Bene,  nella filosofia delle origini, come nei sistemi  di
Platone  e  di  Aristotele,  definibile in termini  esclusivamente
razionali:  Essere  e Bene coincidono; lo scopo della  filosofia  
conoscere l'Essere, la conoscenza produce il Bene.
     La felicit, indicata dai Greci con la parola eudaimona,  un
concetto  molto  vasto e comprende il benessere, la prosperit,  la
fortuna  e cos via;  comunque legata al concetto di Bene (e).  I
significati  di  felicit cambiano, quindi, a seconda  di  come  si
definisce il Bene: se, all'interno della riflessione filosofica, il
Bene  razionalit, la felicit  una condizione intellettuale.
     Quando nella filosofia ellenistica e, prima ancora, tra alcuni
"socratici"  (i cirenaici) si stabilisce un legame tra  felicit  e
piacere  (edon), anche le sensazioni e le "passioni"  appaiono  in
una  luce  nuova. Edon, infatti, indica sia il piacere  dell'animo
sia  quello dei sensi. E i sensi sono - ad esempio, per  stoici  ed
epicurei   -  strumento  insostituibile  della  conoscenza.   Avere
ricondotto  tutta la realt a entit corporee richiede  uno  sforzo
maggiore  per  negare o per moderare il piacere  e  il  dolore  che
vengono  dalle sensazioni: finch il mondo sensibile appariva  come
qualcosa   di  illusorio  o  comunque  di  inferiore  nella   scala
gerarchica  della realt, tutto ci che gli era connesso,  compreso
il  piacere  e il dolore derivanti dalle sensazioni, poteva  essere
"facilmente"  negato  in  nome di una  realt  (e  di  un  piacere)
superiore.
     
     p 199 .
     
     La   felicit  come  imperturbabilit  (ataraxa  e  aptheia)
implica,  invece, la negazione(41), in nome della ragione,  di  una
realt  -  quella sensibile - di cui razionalmente non  si  dubita:
alla  eudaimona,  intesa  come  affermazione  di  un  Bene  certo,
coincidente con l'Essere incontrovertibile, contrapposto a un mondo
illusorio  o  comunque  inferiore, si sostituisce  la  negazione  o
l'indifferenza  di fronte a sensazioni certe; questo  pu  avvenire
solo in nome della tranquillit
individuale.
     La  funzione "consolatoria" della filosofia classica, cio  la
ricerca  della  salvezza dalla paura del Nulla,  si  fondava  sulla
"fuga"  da  s  e sull'annullamento dell'individuo nell'assolutezza
dell'Essere;  ora  la  "consolazione" si  ha  nella  fuga  nell'io;
l'individuo  viene  in  tal  modo  ad  essere  investito   da   una
grandissima responsabilit, quella di essere padrone di  s,  della
propria felicit e della propria salvezza.
     La  contrapposizione fra queste due soluzioni si ripropone  in
tutta la sua drammaticit in epoca romana: da un lato la Media Sto
e  Cicerone, che ripropongono i valori assoluti della Virt e della
Giustizia  incarnati nel dominio e nelle leggi di Roma;  dall'altro
Lucrezio  e  l'epicureismo che quel dominio e quelle leggi  sentono
estranei, ostili o, tuttalpi, indifferenti.
     Dopo  Augusto,  che sembrava avere realizzato  l'ideale  della
pace   e   della  giustizia  universale,  riemergono   ben   presto
contraddizioni e conflitti: le passioni riprendono quasi subito  il
sopravvento sulla giustizia.
     Lo stoicismo romano dell'et imperiale, o Nuova Sto, trova di
fronte  a  s questa nuova situazione: la politica non realizza  la
razionalit e la giustizia sulla Terra, solo la ragione individuale
pu  conformarsi  al  Lgos universale e raggiungere  la  felicit.
D'altro  canto  non si pu tornare nuovamente a  negare  valore  di
realt  al  mondo  sensibile e alle sue  vicende,  comprese  quelle
politiche.
     Da  ci  deriver  la tendenza a separare le  due  realt:  la
materia e lo spirito, la citt terrena e la citt divina.
     E'  in  questo  contesto che, oltre e ben al di l  dei  nuovi
stoici, si afferma il cristianesimo.
     
Seneca.
     
La  separazione fra materia e spirito appare nettissima in  Seneca.
Da  una  parte  troviamo le vicende della sua esistenza  e  il  suo
impegno politico a fianco del giovane Nerone; dall'altra una vera e
propria  teorizzazione della separazione tra momento speculativo  e
attivit  concreta,  che  emerge dai suoi  scritti  e  che  gi  ai
contemporanei dava l'appiglio per accusarlo di incoerenza, viste la
sua  attivit  quotidiana  a  fianco del  principe  e  la  dottrina
professata.(42)
     
     p 200 .

     Nella  novantesima  delle Lettere a Lucilio(43)  troviamo  una
lunga  requisitoria contro Posidonio, il filosofo della Media  Sto
che  aveva attribuito alla filosofia la scoperta delle arti di  uso
quotidiano  -  dalle  tecniche  di  lavorazione  della  terra  alla
scoperta  della "chiave di volta" e alla costruzione  dell'arco  -:
non  si possono attribuire alla filosofia "le glorie delle attivit
manuali". Questo perch l'oggetto della filosofia  ben altro:  la
saggezza.
     La  saggezza "non ci viene incontro, ma ciascuno la deve a  se
stesso  e  non la va a chiedere agli altri. Che cosa ci sarebbe  da
ammirare   nella   filosofia,   se   venisse   concessa   come   un
beneficio?"(44).  La missione della filosofia  cercare  la  verit
intorno alle cose divine e umane.
     La scoperta delle tecniche utili alla vita quotidiana avvenne,
secondo Seneca, "quando si cess di ricercare la saggezza".
     Egli  descrive  in maniera particolareggiata  l'et  dell'oro,
quando  gli  uomini  vivevano secondo natura, non  avevano  case  e
palazzi,(45) le pelli erano sufficienti per riparare il  corpo  dal
freddo  e  non  si avvertiva la necessit di stoffe  preziose,  non
c'era  bisogno di cuochi(46) n, principalmente, di  soldati  e  di
eserciti. Ma, soprattutto, in quell'et felice, esisteva una  sorta
di   comunismo  primitivo:  in  assenza  di  propriet  privata   e
individuale, tutti erano padroni di tutto. L'avidit ha  poi  messo
in  moto  un  meccanismo che ha reso sempre peggiore la vita  degli
uomini,  i  quali  corrono ad accaparrarsi beni  e  ricchezze,  non
rendendosi conto che, anche quando avranno tantissimo, non  avranno
mai quanto avevano e hanno poi perduto, cio tutto.
     Follia, e non saggezza,  rincorrere i beni e le ricchezze. Da
questa follia, mossa dall'avidit, e non dalla saggezza, sono  nate
le  tecniche: nell'et dell'oro non era necessario costruire  case,
coltivare la terra, fondere i metalli n tanto meno si sarebbe  mai
pensato  di  costruire  "soffitti delle sale  da  pranzo  su  telai
girevoli,  in  modo che si trasformino a volont  e  acquistino  un
aspetto nuovo col succeddersi delle portate"(47).
     Seneca,  quindi, esprime un rifiuto radicale del progresso,  e
ricorda il cinico Diogene che, vedendo un fanciullo attingere acqua
con  il  palmo della mano, gett via la tazza che si portava dietro
per  bere.(48) Al progresso e ai beni che vi sono connessi,  Seneca
contrappone  la  saggezza,  che, come abbiamo  visto,  deve  essere
ricercata: non ci  data dalla natura.
     
     p 201 .
     
     Gli  uomini  dell'et dell'oro sicuramente  erano  felici,  ma
altrettanto  certamente "non furono sapienti,  poich  questo  nome
spetta  a  coloro  che attendono alla pi grande delle  opere",  il
raggiungimento della "maturit dello spirito", che a quegli  uomini
forti  e  felici  mancava. La saggezza e la  virt  non  sono  doti
naturali.(49)
     Il  legame che Aristotele aveva individuato tra la sapienza  e
le  mani(50) sembra completamente dissolto: "La sapienza ha pi  in
alto  la  sua  sede, maestra non delle mani, ma  delle  anime".  In
Seneca  si  riaffaccia con forza l'immagine di  un  mondo,  oggetto
della conoscenza filosofica, inattingibile dai sensi: "L'occhio del
corpo    cos  debole  per  spettacoli  cos  grandi"(51).  E  con
l'immagine  vera  dell'universo si  riscoprono  gli  di,  il  loro
ufficio, il loro potere, la loro volont.
     La  divinit  assume  un ruolo centrale nella  riflessione  di
Seneca:  "Dio    vicino a te,  con te,   dentro  di  te.  S,  o
Lucilio,  in noi c' uno spirito divino che osserva e controlla  il
male  e il bene delle nostre azioni; e, come noi lo trattiamo, egli
ci tratta. Non c' nessun uomo retto senza l'assistenza di dio. Chi
potrebbe sottrarsi al dominio della fortuna senza il suo aiuto?  E'
lui che ci ispira le decisioni magnanime ed eroiche"(52).
     Il mondo che ci circonda  dominato dall'avidit e dalla brama
di ricchezze;  ben difficile avere fiducia negli uomini,(53) mossi
dalle  passioni: solo nella filosofia e in dio  la  salvezza.  Per
Seneca   la  salvezza    ancora  soltanto  individuale;   con   il
cristianesimo diventer collettiva.

